Paolo Naldini – “Comete” – Racconto 3 collegato a “Viv” di Anna Galli – Ramo “Carmen” iniziato da Paolo Naldini
Comete
location: Trattoria Carmen, via Ormea 15, Torino
“Non ho soldi per venire a Copenhagen, Sebastian” glielo dico per la terza volta e sta cazzo di etichetta non si attacca. È la plastica delle cassette delle verdure che non prende. Leggera è leggera, sì ma. Sarà la cinquantesima. Impilate a dieci. Le etichette tutte con le orecchie.
“Non serve niente, ci andiamo in treno, ci ospitano i ragazzi lì”.
“A Copenhagen son schedato di brutto, lo sai.”
“Dappertutto lo sei.”
Sempre all’ombra, la Fabbrica è gelida. L’hanno scelta apposta quelli del G.A.S. Orto-gonale, che frutta e verdura si son messi anche a coltivarle, diretto, non solo distribuirle. Con la storia degli orti urbani. La cella frigorifera la usano neanche due mesi. Per la roba che deperisce in fretta. La Fabbrica i ragazzi l’hanno trasformata in una mostra. Sono due anni che ci fanno l’evento in estate. Che chi vuole viene e fa un murale. Fanno incontri e laboratori di writing. Feste e progetti. Covo di sedizione costruttiva, dice Matteo. Fabbrica di sogni. Musica. Progetti. E scopate. La gente va e viene come una stazione. La Fabbrica. Nel cuore di San Salvario, quartiere operaio un tempo. Migranti oggi. Associazioni. Puttane. Designers. Scuole. Bar. Verde no.
“Ascolta: Viv non ama nessuno, non ci devi pensare. Si è messa coi francesi perché sono artisti.”
“Sì, ma scusa, Sebastian, sta con tutti e due, capisci? E Etienne è pure il fratello, come cazzo fai a metterti col fratello di Françoise?”
“Se lo fa, si può fare. Ma comunque non sta con tutti e due, Xavier è gay, non stanno proprio insieme. Non fanno coppia diciamo. Etienne è diverso. Secondo me lo fa per lei. O per se stesso. È come se Françoise vivesse ancora un po’, attraverso il loro rapporto.”
Vivesse ancora, dice. Fanculo. È andato. Finish. Noi siamo qui. E io non muoio. Lo sento. Ci vogliono un sacco di anni ancora. Non ho ancora fatto un cazzo poi. Prima dobbiamo ballare sui tetti alla luce di una cometa. Come diceva quello stronzo di mio padre.
“Guarda un po’ quando si vede la prossima cometa, Sebastian, per favore.”
Arrivano. Io adesso non dico niente. Faccia quello che vuole. Io la dimentico. Solo toglietemela da davanti. Le sue gambe stecche. I ricci.
“Come sta Horas, Ahmed?”
Mi parla come niente fosse. Sta con due tipi. È innamorata di un altro che è morto. Che era fratello di uno dei due. Arriva così. A mezzogiorno. Fottutamente bella. È tutte le donne del mondo. E come niente fosse.
“È vivo.” le rispondo. Perché anch’io so essere stronzo perso.
“Cometa di Encke, 21 novembre 2013.”
Grande Sebastian.
<continua> vai al racconto che prosegue questa trama…


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